TITOLO: Angiliddru Invia la poesia

Tutti in paese lo chiamavano Angiliddru, che significa Angioletto, ma nessuno conobbe mai il suo cognome, nemmeno l'interessato; d'altronde il solo nome in quella forma vezzeggiativa era più che sufficiente per identificare un personaggio tanto noto: Angiliddru era lui e nessun altro.
Dell'apparente età di 45 anni, piccolo di statura, un po' tarchiato, una testa pelata con un solo ciuffo di capelli sopra la fronte, due occhi piccoli e vivaci su di un viso rotondo da ragazzo. Aveva gli zigomi perennemente rubicondi, pochi denti a servizio della sua bocca, barba incolta; sembrava un elfo, uno gnomo sbucato da un bosco.
L'abbigliamento era assai disinvolto: in ogni stagione un solo paio di brache corte che ricoprivano poco oltre le
ginocchia, sostenute da un pezzo di spago poggiato sulla spalla a guisa di bandoliera. La camicia era un optional riservato al mesi invernali ed i piedi non conobbero mai la terribile costrizione delle scarpe. Un inseparabile bastone nodoso gli faceva compagnia e teneva lontani i cani randagi e qualche ragazzo in vena di scherzi. Di null'altro sembrava avere bisogno per il suo look Angiliddru, povero in canna, senza nessuno al mondo che lo accudisse, ospitato in un tugurio fatiscente che la carità di un compaesano gli aveva messo a disposizione in cambio di piccoli servizi.
Si guadagnava da vivere, o meglio sopravvivere, attingendo acqua alla pubblica fontana per incarico di
famiglie benestanti, che poi lo ricompensavano con qualcosa di commestibile. Tutto il giorno lo si incontrava con una
brocca in bilico sulla spalla, scalzo, sporco, madido di acqua e di sudore.
La sera serviva da bere in una bettola, con la perizia e le buone maniere di un perfetto cameriere, rimediando qualche bicchiere di vino, piccole mance ed i resti della cucina, che, dopo le pulizie del locale, costituivano il
suo vero, unico pasto della giornata.
Una vita più che squallida, che il nostro amico, non potendola cambiare, accettava con rassegnazione ed anche col
sorriso. Il suo volto era costantemente allegro, salutava chiunque incontrasse con profondi inchini, allargando le braccia
e facendo roteare il bastone con impeccabile galanteria, specialmente alla presenza di una donna.
Angiliddru nutriva una grande passione per l'opera dei pupi, il teatro di marionette che in Sicilia allora era tanto
diffuso ed amato dalla gente. Durante le feste paesane era solito venire dal catanese il puparo don Nunzio, il quale
prendeva in affitto un locale che adattava a teatrino, per rappresentarvi, con i suoi burattini variopinti e dalle armature luccicanti, le gesta dei Paladini di Francia.
Il misero acquaiolo dava una mano ad allineare le panchine per lo spettacolo e pulire il pavimento e così facendo si poteva gustare tutte le rappresentazioni, senza pagare una lira. Dotato di buona memoria e di miglior passione per il genere, col passare degli anni aveva imparato perfettamente il copione e ne faceva sfoggio in ogni circostanza. La gente si metteva in cerchio attorno a lui quando, sulla pubblica via, immedesimandosi al massimo con l'eroe Orlando, ne cantava le imprese imitandone i movimenti e brandendo il bastone come una durlindana. Era un vero divertimento vederlo saltare avanti e indietro, mimando duelli all'ultimo sangue, trafelato ma soddisfatto dell'attenzione che il pubblico gli prestava. Ed alla fine dello spettacolo era capace di redarguire lo spettatore che non lo avesse degnato di un applauso.
Un bel giorno accadde qualcosa di strano nella vita di Angiliddru. Non più allegro come prima, ma taciturno ed
un po' scontroso, sembrava non amare più le sue recite improvvisate; anche nel modesto lavoro che svolgeva, si mostrava alquanto svanito, distratto, pensieroso. Don Santu, il proprietario della bettola, notato questo cambiamento di umore nel suo inserviente, cercò di metterlo alle strette per conoscerne il motivo, ma tutti i suoi sforzi risultarono vani. Alla fine ebbe successo la promessa di un pezzo di bollito ed un buon bicchiere di vino ed il nostro personaggio, dopo avere fatto giurare al padrone di mantenere il segreto ed essersi guardato attorno per accertarsi che orecchie indiscrete non ascoltassero, pallido in volto, tremante e sudato si decise a rivelare ciò che fino ad allora si era tenuto dentro.
Raccontò che una notte, mentre stava per prendere sonno, aveva visto improvvisamente illuminare la sua stamberga di una luce vivissima, accecante, poi gradualmente affievolitasi, da cui era emersa una figura strana, di piccola statura, coperta di squame, che si muoveva verso di lui con l'incedere di un robot; era un mostro di sembianze non umane, con due enormi occhi fosforescenti, gambe corte ed affusolate e mani come artigli. Dopo un attimo di terrore, Angiliddru , come sotto effetto di ipnosi, era stato colto da una strana, improvvisa calma. L'entità sconosciuta gli si era avvicinata e lo aveva tastato da per tutto; il suo tocco era freddo, viscido, "come quello di una biscia" - lo definì il malcapitato. Poi, una voce metallica , appena comprensibile, gli aveva ordinato di alzarsi ed uscire all'aperto.
Dove fu portato, il nostro amico non seppe precisarlo, perché, appena in strada, accostata che ebbe la porta del suo rifugio, si era sentito sollevare nell'aria ed aveva perso conoscenza.
Svegliandosi, dopo un tempo che non seppe quantificare, si era ritrovato tutto nudo disteso su di un lettino metallico, avvolto da luce intensa e circondato da altri esseri simili al primo, che lo osservavano e toccavano in tutto il corpo, esplorando ogni suo orifizio e soffermandosi su ogni particolare anatomico. Sentiva la pelle molto fresca, come se fosse stato lavato poco prima e, cosa che lo meravigliava ancora adesso, nonostante il terrificante aspetto dei suoi ospiti, non avvertiva alcuna paura ed era come se trovasse del tutto normale la loro presenza e l'avventura tanto straordinaria che stava vivendo.
Al termine di quella visita, era stato colto da un' improvvisa vertigine e, riavutosi, si era ritrovato ai piedi del vecchio castello che domina il mare a pochi chilometri dal paese.
Affinché il lettore possa meglio comprendere il resto del resoconto che Angiliddru, sempre visibilmente agitato, continuava a fare all'incredulo Don Santu, bisogna aprire una breve parentesi.
Il castello di cui ho fatto cenno, costruito nel 1358 probabilmente da Federico III Chiaramonte, il più potente
signore feudale della Sicilia del tempo, è situato in splendida posizione, dominante la costa, su una collina che termina a strapiombo sul mare. Munito di un'alta torre merlata e di poderose strutture murarie, sembra avesse funzione di baluardo per resistere alle frequenti scorrerie dei Saracini, musulmani dell'Africa settentrionale, che a bordo di veloci imbarcazioni, si spingevano fino alla coste siciliane, compiendovi razzie e rapendo donne e bambini.
La tradizione popolare voleva che nei sotterranei del castello, raggiungibili dall' interno del maniero per una scala segreta, ma anche dall'esterno, esistessero delle segrete dove i signori del posto avevano nascosto oggetti e monete preziosi. Un vero tesoro, che le sorti subite da quella casata non avevano più consentito di recuperare e che da allora era rimasto ben nascosto in quel luogo. Attraverso il racconto che gli anziani del paese facevano ai giovani, la leggenda si tramandava da una generazione all'altra, magari arricchendosi nel tempo di particolari fantasiosi e stupefacenti, che ogni narratore si compiaceva di aggiungere.
Avendo il castello subito nei secoli crolli assai vistosi, della scala interna che conduceva ai sotterranei si era persa ogni traccia e l'unica via per raggiungerli rimaneva, a detta di molti, quella esterna, attraverso un varco che si apriva nella roccia su cui si ergeva il forte e distante un centinaio di metri dalle mura. Era poco più di un buco, reso assolutamente invisibile da una folta vegetazione.
Qualcuno - si raccontava - aveva tentato di introdursi in quei meandri, ma non era più tornato indietro; altri erano riusciti a riguadagnare l'uscita, ma sconvolti nella mente, terrorizzati e privi dell'uso della parola, non in grado perciò di raccontare ciò che potevano aver incontrato o comunque visto dentro quei sotterranei.
Un profondo mistero avvolgeva quel posto, che si riteneva popolato da fantasmi messi a custodia del tesoro o da esseri crudeli assetati di sacrifici umani. Insomma, il luogo suscitava tanto terrore, che nessuno osava avvicinarsi a quell'ingresso sinistro.
Fu proprio davanti a quell'apertura nella roccia che Angiliddru si era ritrovato, senza capire come, in compagnia di quell'essere che gli era apparso di notte accanto al giaciglio. Era un mattino molto freddo e tirava il vento, ma il nostro personaggio, pure se vestito in modo non adeguato, non avvertiva nessun particolare disagio, come nessuna paura provava nel trovarsi vicino a quel passaggio segreto.
Cosa gli fu detto o fatto vedere o promesso, Angiliddru non seppe o forse non volle riferirlo a Don Santu, che,
non credendo una parola di tutta quella vicenda, non ritenne di insistere più di tanto, convinto che quel poverino avesse fatto solo un brutto sogno, dal quale era rimasto scosso. Gli offrì quindi la cena promessa e gli regalò un santino di S.Antonio, che quella sera un fraticello scalzo francescano, entrato nel locale per la questua, aveva lasciato sul bancone per buon auspicio. "Tornatene a casa, adesso, - lo congedò l'oste - e fatti una buona dormita: Sant'Antonio ti aiuterà a non fare più brutti sogni".
Angiliddru se ne andò molto pensieroso e Don Santu, quella sera , fu l'ultima persona che in paese lo vide
e gli parlò. Nessun altro da quel momento ebbe più notizie di lui. Fu aspettato, cercato, furono interessate le autorità che indagarono per ogni dove ed in qualsiasi direzione. Il trattore ritenne opportuno riferire ai Carabinieri quel racconto strampalato oggetto della sua ultima conversazione con lo scomparso, ma scorse solo un sorriso di incredulità sotto i baffi del maresciallo, che non diede alcun peso alle sue parole.
Passarono poco più di due anni dalla sparizione di Angiliddru, che aveva fatto tanto parlare in paese, fra mille
congetture, le più fantasiose, quasi tutte ricamate su quel racconto incredibile che Don Santu aveva registrato e poi dato
in pasto a tutti i compaesani. Si sentiva viva la mancanza di quel comune amico, servizievole, allegro, felice di dare spettacolo e divertire a modo suo la gente. Era come se quel povero straccione avesse lasciato un segno indelebile nel cuore di tutti, oltre che per il suo modo di essere e di fare, anche per la misteriosa fine che nessuno sapeva spiegarsi.
Un giorno il postino bussò alla porta della bettola di Don Santu e gli consegnò una busta, che le classiche
bande colorate visibili sul bordo connotavano per una missiva proveniente dall'estero, arrivata per via aerea.
L'indirizzo riportato sulla busta era il seguente: "Taverna di Don Santu", cui seguiva l'indicazione del
Comune, della Provincia e della Nazione italiana.
L'oste, che non aveva parente o conoscente alcuno all'estero, fu non poco sorpreso di vedersi recapitare
quel plico ed istintivamente guardò sul retro della missiva, alla ricerca del nome del mittente, ma non vide traccia di scrittura.
Guardò il francobollo e gli parve emesso dagli Stati Uniti d'America. In preda alla più viva curiosità, strappò un angolo della busta, vi infilò il dito e l'aprì. La prima cosa che vide fu un biglietto di banca verde, che il povero uomo
solo dopo apprese trattarsi di una banconota da 100 dollari. Esso era piegato in due e nel mezzo conteneva una cosa che
fece gelare il sangue nelle vene di Don Santu, che, quasi non credendo ai suoi occhi, si ritrovò fra le mani tremanti un
santino di S.Antonio, lo stesso che più di due anni prima aveva una sera regalato ad Angiliddru.

























AUTORE: amicuscertus
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